Ri-definizione di limite

I vari significati di limite riportati sul Garzanti sono: linea che divide, confine; punto estremo a cui si può arrivare; termine che non si può o non si deve superare; come accezione matematica di una funzione, quando la variabile indipendente tende verso un certo fissato valore, è il valore che tende ad assumere la funzione.
Deriva dal latino limes –mitis. Se leggiamo sul dizionario di latino IL, Castiglioni Mariotti, troviamo la traduzione nelle accezioni di: limite ad esempio tra due campi. Di Confine. Ma anche di Differenza con riportato l’esempio da Quintilliano: QUAEDAM PERQUAM TENUI LIMITE (da una sottilissima differenza) DIVIDUNTUR. Ed in oltre Frontiera, Baluardo, Bastione e Sentiero,Via, Strada, ma anche Tratto, Traccia e Vena di una pietra.
Un qualcosa che segna, lascia traccia di se e si mostra per dire altro. Una molteplicità di variabili di significati accomunati dall’importanza dei sensi come mezzo per poter concepire questo termine. Per esistere lo si deve marcare, vedere, udire, ci da informazione della differenza. Per dar voce al contadino o proprietario terriero che per comunicare dove la propria terra termina segna il confine. Per mostrare al viandante dove è la strada da seguire per raggiungere la meta. Per imporre e arginare gli scambi tra popoli che attraverso il proprio confine si riconoscono addentro alle proprie peculiarità, quel confine che i conquistatori hanno voluto marcare con la forza per segnare la traccia del loro passaggio e del proprio potere e predominio sull’altro. Una differenza che crea una differenza (Bateson 1972). Il limite ci permette quindi di vedere, sentire, percepire.

Limite nella scienza classica

Nell’ambito della conoscenza scientifica classica l’onniscienza la si può raggiungere nel momento in cui si supera il noto; vincolato esclusivamente da quegli strumenti scientifici che ancora non sono stati costruiti in modo adeguato, che soggiacciono a leggi migliorabili e che tramite la sperimentazione e la ricerca saranno abbattute. Il limite è un nemico da superare per poter comprendere, riprodurre, e dominare. Così il demone laplacessiano potrà finalmente avere tutte le coordinate del caso e mostrarci la strada verso la verità. Taglia, sminuzza e ricuci. Nomina, rinomina e classifica. Le qualità personali servono solo ad essere meglio identificato per rientrare nelle categorie predeterminate dai grandi maestri che hanno scelto il posto che il tu generico merita nel mondo.
Bene, ordunque, in merito a ciò ci scontriamo col limite umano.
La nostra pelle ci mette in relazione con l’aria che ci circonda. I confini dei nostri stati ci permettono di comunicare con gli stati confinanti. Il riconoscersi come parte di una data famiglia ci permette di raccontare la nostra storia.

Revisione in un’ottica complessa

Gli sviluppi delle scienze nel ventesimo secolo han messo in crisi l’idea di previsione, di scienza come scienza del generale e la concezione del tempo quale luogo di dispiegamento della necessità atemporale delle leggi, questi criteri non sono più validi per definire la scientificità. Come scrive Ceruti nell’articolo di apertura del testo “La sfida della complessità” dell’85: parlare di sfida della complessità significa prendere sul serio il fatto che non solo possono cambiare le domande, ma possono cambiare anche i tipi di domande attraverso i quali si definisce l’indagine scientifica” è una scienza allo stesso tempo del generale e del particolare insieme, dell’ordine e del disordine, del necessario e del contingente, del ripetibile e dell’irripetibile. In cui gli opposti non sono alternativi ma complementari e al confine della complementarietà nasce quella che è l’informazione. Oggi l’oggetto d’indagine può essere il limite stesso. Non è più solo il segnale dell’oltre e del di qua, l’osservatore è con l’avvento della cibernetica di second’ordine, interno ed esterno al sistema, di un sistema che diviene auto-etero-organizzato.
“La conoscenza contemporanea si costituisce all’intreccio di una serie di teoremi limitativi che destituiscono di ogni plausibilità euristica l’idea del fondamento e riformulano l’approccio del problema del limite. Il limite non si definisce negativamente in rapporto ai valori della completezza, dell’esaustività, dell’esattezza, dell’onniscienza e dell’onnipotenza. Non è una membrana o una barriera di demarcazione fra spazi e sistemi già dati e immutabili; rimandano invece, in maniera più profonda, alle stesse matrici, ai meccanismi costruttivi che presiedono allo sviluppo delle conoscenze. I limiti esprimono quell’insieme di precondizioni attraverso le quali si verifica ricorrentemente l’emergenza, la costituzione, la creazione di novità” .

Parallelismo tra il “pregiudizio sistemico” e il “limite complesso”

All’interno dell’ottica sistemica un tema di fondamentale importanza è quello che concerne i pregiudizi. Cecchin, Lane e Ray (1997) sottolineano come il pregiudizio sistemico sia da intendersi come “ogni serie di fantasie, idee, verità accettate, presentimenti, preconcetti, nozioni, ipotesi, modelli, teorie, sentimenti personali, stati d’animo e convinzioni nascoste: di fatto, ogni pensiero preesistente che contribuisca ad in un incontro con altri esseri umani, alla formazione del proprio punto di vista, delle proprie percezioni e delle proprie azioni” . Dunque le descrizioni che noi facciamo del mondo sono direzionate dai nostri pregiudizi così come lo sono dai nostri limiti di esseri umani. E’ possibile in tal senso considerare il pregiudizio come un limite che ci pone come differenza dall’altro e dalle scelte che intraprendiamo. Se attraverso i nostri pregiudizi leggiamo tra le righe del mondo così con i nostri occhi cogliamo i colori del mondo. “Una volta diventati consapevoli e responsabili delle nostre particolari idee, possiamo servircene, difenderle o essere irriverenti nei loro confronti ”. Così possiamo venire a conoscenza dei punti ciechi e poter cambiare prospettiva-visuale per poter osservare altro. O semplicemente prendere atto del saper di non sapere. L’essere consapevole dei pregiudizi che mettiamo in campo nella comunicazione con le altre persone ci permette di riconoscere quali parti del nostro io sono in campo in quella data relazione e che corde stanno risuonando in quegli scambi comunicazionali. Il pregiudizio sistemico è quindi considerabile un limite complesso, che l’osservatore osserva e di cui fa parte nel contempo. E’ rileggibile dunque nell’ottica della cibernetica di second’ordine che contempla l’osservatore come interno ed esterno al sistema.

Pregiudizio-limite tra vincolo e possibilità

Uno degli argomenti su cui riflettono spesso le varie scuole di pensiero nel mondo della terapia è la necessità del terapeuta di essere interventista o meno. Una fondamentale svolta, nella terapia della famiglia, è stata data dalla riformulazione dei concetti di circolarità, neutralità e curiosità che ha segnato l’abbandono dell’idea della pianificazione di un intervento e della necessaria prescrizione con il fine di ottenere risultati prevedibili. “Il mettere in dubbio i propri pregiudizi, quindi, può condurre alla sofferenza e alla disperazione, ma anche ad un’evoluzione positiva delle relazioni” .
Se il limite è imposto dal nostro strumento di osservazione, ad esempio, lo specchio unidirezionale in terapia, crea un limite tra la stanza di conduzione e i co-terapeuti. Ciò che oltre il limite si osserva, verrà percepito come differente. Gli osservatori vedranno quello che il terapeuta e i “pazienti” non possono vedere. L’essere fuori dal sistema terapeuta-paziente ti pone come osservatore esterno al sistema di conduzione. Ma quello stesso essere al di là del limite porta ad essere dentro un nuovo confine. Il limite stesso permette la relazione tra l’una e l’alta diversità che non esisterebbero senza la presenza del limite. È quel qualcosa che crea la differenza.
Se visto/sentito/gustato/toccato/annusato e percepito ci permette di avere informazioni in merito alla cornice di osservazione che stiamo prendendo in esame. Non è detto che riconoscendo il limite questo possa essere superato, ma il punto è, che se non visto, ciò che è limite non potrà darci le maggiori informazioni che il semplice prenderlo in considerazione potrebbe dare. RICONOSCI IL LIMITE E AVRAI NUOVE INFORMAZIONI.

Il caso “the Butterfly Circus”

Si presenta in studio una farfalla e racconta una storia che ha visto e di cui vuole portare documento. Sapendo che è abitudine e pratica sistemica videoregistrare le sedute ed avere dietro lo specchio diversi co-terapeuti ha pensato fosse il posto più opportuno per lasciare traccia al sicuro di questa storia che nella sua breve vita ha potuto osservare.
Dopo questa premessa che con affanno ci espone decidiamo dunque di ascoltare la storia che sta per esserci raccontata.

 

Questa storia parla di Sammy, un bambino curioso che viaggia con la sua famiglia adottiva di circensi; tiene in mano un prezioso barattolo che contiene un piccolo bruco e qualche foglia di insalata. Durante il viaggio verso la successiva meta del circo, vede un cartello che indica un altro circo, e chiede di poterlo visitare. Ottenuto il consenso di Mister Mendez, il carismatico capo della compagnia, tutta la carovana si reca a far visita al tendone e scopre che qui l’attrazione è costituita dall’esposizione di fenomeni da baraccone. Tra questi Will, un uomo senza arti. Tra le risa, l’ilarità, la curiosità, lo sdegno e i commenti dei visitatori, solo Mr Mendez gli si avvicina e gli dice: -you’re wonderful!- prontamente Will risponde con un bello sputo in faccia al suo interlocutore. Will appare attonito, per la prima volta, forse, qualcuno è così vicino a lui.
Solo più tardi scopre l’identità della persona che gli si era tanto avvicinata, e decide di seguirlo nascondendosi nel carro in partenza. Nel nuovo circo di Mr Mendez, dove tanti uomini ballano, ridono, giocano, lavorano, Will è sicuro di trovare un posto, in fondo la sua diversità, la sua obbrobriosa deformità gli garantirà un ruolo in prima linea: ma così non è. Mr Mendez non accetta “fenomeni da baraccone”, ma accoglie persone. Will entra così a far parte della carovana, senza un ruolo, spettatore estasiato, sconvolto e assorto nello scoprire che esiste un mondo nel quale ci si può mettere in mostra non per i propri limiti, ma per le proprie risorse. Un mondo nel quale le competenze sono molto più importanti delle incompetenze, un mondo nel quale ognuno, nella sua diversità, ha un posto. Ma Will desidera un ruolo, quello che lui conosce comincia a non avere più un senso; lui però, considerato da sempre un povero storpio, non sa cosa può essere la sua vita se non la vive come fenomeno da baraccone, guardato da tutti, mai avvicinato, sempre deriso, mai ascoltato.
E così è Mr Mendez, interrogato da Will sulle sue possibilità nel circo, a spiegargli, con una semplicità disarmante, che ognuno è ciò che crede di essere, e che forse è più difficile trovare un nuovo ruolo quando nessuno ha insegnato un modo diverso per potersi vedere. Poche parole, poche spiegazioni. E quando Will chiede come farà lui, a cui la natura non ha regalato proprio nessuna risorsa, a trovare un modo nuovo di vedersi, Mr Mendez risponde “Più grande è la lotta, più glorioso è il trionfo”. Will non comprende subito quelle parole, non conosce le storie di quegli uomini che ora appaiono così vincenti, forti, uniti nel gruppo, ma dopo qualche giorno, è lui stesso a sperimentare una parte di sé stesso che non conosceva. Mentre tutti si divertono al fiume, Will è l’unico che non può godere della compagnia, non è in grado di raggiungere l’altra riva, né di nuotare. Chiede e richiede aiuto, ma nessuno gli risponde. E così pensa di potercela fare da solo, dopo essere caduto si rialza, con quel moncherino di piede che per tanto tempo ha ritenuto inutile. Ma poi Will cade in acqua che gli entra nei polmoni e sta per soffocarlo. Tutti, spaventati, lo cercano disperatamente ma all’improvviso riemerge dall’acqua, felice. Le parole di Mr Mendez ora gli risuonano in maniera differente, ha trovato un modo per scoprire e utilizzare le proprie risorse.
Will ha un nuovo posto, un nuovo mondo, una nuova possibilità: e così nel suo stupore, nella sua gioia, nella sua paura per quello che lo attende, trova una nuova occasione. E Sammy, con lo stesso stupore, la stessa gioia, la stessa paura, un giorno, riaprendo il suo barattolino, scopre che l’adorato bruco non c’è più e al suo posto trova una bellissima farfalla che fa volare libera nell’aria.

In questo caso un’ipotesi di pregiudizio-limite in senso classico potrebbe dire “Tu piccolo storpio, non potrai agire per una tua qualità”. “Tu piccolo storpio, non credere di saper fare qualcosa”. “Tu piccolo bruco, puoi vivere anche in un barattolo”. Le azioni e le espressioni in cui Will aveva vissuto la sua vita prima di incontrare Mr Mendez viaggiavano all’interno di un’epistemologia che disposizionava il pregiudizio: Diverso uguale fenomeno da baraccone. All’interno di quest’ottica non c’era spazio per nessuna ricerca della peculiarità individuale data dalla somma dei propri limiti fisici. Il limite invalicabile era il dogma che incorniciava come un assoluto la dimensione dell’essere di Will. La possibilità era solo nel barattolo. Il riconoscimento e l’incontro con la differenza, un altro circo, un’altra modalità di leggere l’agire nel modo ha fatto si che il limite cominciasse a diventare visibile anche ai suoi occhi, tangibile anche alle sue mani, assaporabile dalla propria lingua, così da poter scegliere quali e quante possibilità potessero essere messe in campo. Lati che da zone d’ombra, punti cechi, si illuminano pian piano alla vista di un occhio che si apre in modo differente. Ciò non significa che ora il limite è svanito, o che è importante superare i propri limiti, ma anzi, essendosi dato la possibilità di osservare il proprio limite, avendolo preso in considerazione come tale, ha potuto leggere quelle risorse che quel limite stesso portava al suo interno. Il suo specifico talento ha avuto lo spazio per emergere.

Per un’estetica del limite

Si passa così all’indagine di ciò che sta al di qua e/o di la del limite: ad un’estetica del limite stesso. Cosa accade in quello spazio considerato forse come una linea di demarcazione e rileggibile in termini di spazio-dinamico? Brambilla (2009) ha proposto una rilettura delle frontiere a partire dalle teorie sistemiche e della complessità che “insistono sulla necessità di passare dalla considerazione del concetto di border (frontiera) a quello di bordering (processo di costruzione della frontiera) … il bordering è espressione di un verbo attivo, da cui deriva la valenza creativa della frontiera che, progressivamente viene slegata dalla sua dimensione meramente tellurica”. C’è dunque un processo di costruzione del limite che forse non viene mai considerato. Un processo fisico, ad esempio, di costruzione del nostro epitelio; un processo psichico, ad esempio, come quello della costruzione dei nostri pregiudizi. Tutte cose che diamo per scontato ma che forse meriterebbero una identificazione come entità che si costruisce processualmente e che richiede la propria specificazione. In evoluzione co-costruita insieme al sistema di riferimento in cui è inserita e co-costruita insieme al sistema con cui la si sta osservando.
Si potrebbe ipotizzare una metodologia di analisi dei nostri pregiudizi e di come si modifichino nel tempo della nostra biografia, o una mappatura di come storicamente si evolvano i pregiudizi relativi ad un dato tema, un po’ come han proposto Cecchin e Lane (1997) per quanto riguarda le tipologie di terapeuti, ad esempio una sorta di mappa partecipativa, un genogramma dei pregiudizi relativo ad un dato argomento scelto.

Conclusioni

L’obiettivo di questo articolo non è quello di essere esaustivi su un tema vasto come quello del concetto di limite, né tantomeno di arrivare a dare delle risposte strutturate. Vuole essere invece uno stimolo alla possibilità di apertura di nuove domande, e forse un suggerimento all’osservare quelli che sono i nostri limiti e ad accettarli come delle risorse immense per poter agire nel mondo secondo la nostra volontà. Accettarli quindi non passivamente, ma in senso evolutivo. Giunti alle conclusioni il tema è più aperto che mai. Ho l’immagine della nostra pelle come confine che vorrei indagare, dove cellule, vasi comunicano con l’esterno e selezionano nello stesso tempo ciò con cui deve o non deve comunicare. I confini geografici, quel processo di passaggio da border a bordering e l’immagine che forse su quelle frontiere l’andirivieni di gente sia come una danza che costruisce le varie identità di passaggio. I miei pregiudizi, le mie convinzioni, di cui sicuramente un lettore attento saprebbe identificarne a decine da questo breve scritto, come metterli a frutto, ma forse in primo luogo esercitarsi a riconoscerli. Giunti al dunque, ripartire da capo, un capo rinnovato attraverso una corsa ricorsiva anche se apparentemente uguale, sempre differente a se stessa.

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