Osservo Nina giocare e riesco cogliere la potenza della sua creatività, la sfrenata fantasia, la cu-riosità e l’entusiasmo per la scoperta che solo una bimba di sei anni come lei può avere.
Penso al fatto che tra qualche giorno inizierà la prima elementare e farà dunque ingresso, come tanti altri suoi coetanei, in una nuova realtà chiamata “scuola”. Ha già avuto modo di prendere confidenza con il contesto scolastico durante i tre anni appena trascorsi alla scuola dell’infanzia, ma questa volta il percorso che l’aspetta è diverso.
Penso al concetto di Heinz von Foerster (1987) di macchine banali e non-banali e alle sue riflessioni sull’educazione e mi sento pervasa da un sentimento di malinconia. Secondo von Foerster gli interventi del nostro sistema educativo mirano nella maggior parte dei casi alla banalizzazione dei nostri bambini. Poiché è inteso a generare dei cittadini prevedibili, il sistema educativo mira ten-denzialmente ad amputare quegli indesiderabili stati interni che generano imprevedibilità e novità. Penso ad esempio alle verifiche o agli esami che vengono proposti a scuola e che richiedono agli alunni non un sistema di pensiero innovativo e volto alla nascita di nuove scoperte e riflessioni, ma che al contrario prevedono domande delle quali si conosce già la risposta e che ne contemplano solo una come accettabile. Quello che viene richiesto all’allievo è dunque di prepararsi con lo studio all’omologazione e al livellamento del pensiero, il bambino diligente si preparerà dunque a studiare e ripetere come un “pappagallino” la lezione, come richiesto. Von Foerster chiama queste domande che prevedono solo un processo input-output “domande illegittime” e riflette rispetto a quanto potrebbe essere affascinante pensare ad un sistema educativo che miri a de-banalizzare gli studenti, insegnando loro a fare “domande illegittime”, domande delle quali non si conosca una risposta pre-confezionata ma che aprano la mente del bambino alla possibilità, alla bellezza delle alternative e alla ricerca costante e nutrendo la loro curiosità.
La missione non dev’essere mettere in ordine le cose ma scompaginarle obbligandoci a ri-pensare le nostre modalità di pensiero. Occorre una riforma del pensiero finalizzata, come suggerisce Morin (1988) non ad una “testa piena” ma ad una testa “ben fatta” che sappia problematizzare la co-noscenza creando connessioni tra idee, è necessaria dunque una ragione aperta che sappia indi-viduare diversi orizzonti di significato e di senso.
Come sosteneva W. Fornasa (2007), insegnante a me molto caro, che ho avuto la fortuna e l’onore di incontrare durante il mio percorso di studi, è fondamentale creare un’”epistemologia della com-partecipazione” che valorizzi le differenze e faccia della trasversalità il momento dell’apertura di nuovi orizzonti di senso verso la formulazione di nuovi punti di vista.
Auguro alla mia piccola amica di poter incontrare all’interno del contesto scuola insegnanti che siano in grado di valorizzare la soggettività e l’unicità dei loro allievi, che sappiano educare Nina e i suoi compagni a un pensiero evolutivo, a non produrre prodotti uguali e stereotipati ma originali e inimitabili, che sappiano stimolarla all’apertura mentale e alla preziosità della possibilità, e man-tengano viva in lei la continua ricerca e l’entusiasmo per la scoperta, risorse inesauribili e rinnovabili, già presenti in ognuno di noi sin dalla nascita.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
H. von Foerster ; Sistemi che osservano, Astrolabio, Roma, 1987
W. Fornasa; Macchine non banali, Celsb, Bergamo, 2007
E. Morin; Il pensiero ecologico, Hopefulmonster, Firenze, 1988

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