ETIMOLOGIA

Il termine comunicazione deriva dalla parola latina communicare: mettere in comune, condividere.
In realtà la sua etimologia risulta molto più complessa e i suoi significati si estendono al dono, alla reciprocità, così come alla responsabilità. Caratteristiche, tra l’altro, che non possiamo mai sottrarre a questa parola.

SIGNIFICATO

Ogni processo consistente nello scambio di messaggi, attraverso un canale e secondo un codice tra un sistema – animale, uomo, macchina ecc. – e un altro della stessa, o differente, natura (Treccani).

INTRODUZIONE ALLA COMUNICAZIONE

Se la comunicazione appartiene a esseri organici così come inorganici, se ogni gesto, al di là delle parole, è comunicazione; allora tutti possiamo comunicare!
Comunicare non consiste solo nel parlare, scrivere, pronunciare, disegnare o agire dei comportamenti; la comunicazione avviene quando c’è scambio, circolarità, comprensione e partecipazione.
La comunicazione non va confusa per informazione, essa è infatti solo una parte di questo processo più ampio.
La buona comunicazione è la metafora di un’osmosi bidirezionale: prima si ascolta e si riceve, poi si dona qualcosa di chiaro, comprensibile e condivisibile.
La parola ci riporta sempre al suo valore più profondo che nasce nell’ascolto, definendolo come condizione necessaria e obbligatoria.
La comunicazione è atto concreto e astratto, oggetto e pensiero, andata e ritorno, partecipazione e scambio.
Comunicare vuol dire connettere e ri-connettere, trovarci e ri-trovarci come elementi della stessa matrice, e quindi capaci potenzialmente di interagire armonicamente.
La comunicazione è quel filo invisibile che ci unisce tutti nella trama del vestito che è l’universo.

STUTTURA

La comunicazione è un processo a spirale con evidenti caratteristiche di reciprocità: l’emittente invia delle informazioni al destinatario il quale, ricevendole, produrrà una risposta che tornerà al primo dei due interlocutori mettendolo nella condizione di inviare nuove informazioni. E così via…
Perché avvenga una comunicazione sono necessari molteplici fattori, di seguito un elenco:

1. EMITTENTE

L’emittente è colui che produce il messaggio.
Egli dovrà trasformare un contenuto psichico in un messaggio (informazione) materico, fatto di parole, suoni simboli o gesti, per consegnarlo ad un destinatario teoricamente pronto ad ascoltarlo.
L’informazione iniziale espressa dall’emittente non è null’altro che un risultato finale di un’attività interiore prelocutoria. L’organizzazione mentale del materiale da esprimere precede infatti l’esteriorizzazione informativa, trasformazione ultima di materiale psichico in codice riconosciuto.
Il ruolo dell’emittente è sempre provvisorio: la circolarità della comunicazione lo porta necessariamente a divenire destinatario della risposta di ritorno alla sua prima comunicazione.

2. CODICE E CODIFICAZIONE

Il codice è l’insieme delle regole che permettono di dare un significato a segni e simboli o comunicazioni non verbali presenti nel messaggio.
Esso è sia regola che segno ed espressione.
Una buona comunicazione prevede un’ adeguata capacità di utilizzare il giusto codice in relazione alla specificità dell’interlocutore.
La difficoltà maggiore consiste nella pluralità di significati sottostanti all’unicità del segno, che impongono nell’emittente un’analisi, ad esempio, delle corrette parole da utilizzare in una determinata situazione. Ogni termine possiede infatti una sorta di alone semantico che rischia di creare incomprensione e conflittualità.
Un altro problema consiste nelle duplici codifiche emesse dal ricevente in considerazione della pluralità dei livelli comunicativi: se da un lato infatti le parole potrebbero dire una certa cosa, il corpo in modo anche inconscio potrebbe inviare segnali contrastanti e quindi inefficaci.
In ultima analisi personalità come Watzlawick, Beavin e Jackson sostengono che l’atto comunicativo non debba per forza essere intenzionale, due persone in contatto fra di loro mettono in moto una danza che anche inconsapevolmente produce scambi osservabili.
Non si può non comunicare!
Essendo la comunicazione un comportamento, ed essendo impossibile non comportarsi, risulta implicito il non potersi sottrarre all’atto comunicativo.
In ultima analisi rilevo comunque un continuum che unisce i comportamenti prettamente intenzionali da quelli esclusivamente espressivi ed inconsci.

3. IL CANALE

Il canale è il mezzo fisico, ambientale o tecnologico attraverso il quale è possibile trasmettere un’informazione/ messaggio.
I canali fisici come già osservato possono a loro volta distinguersi in verbali o non verbali. Esiste ad esempio una certa differenza fra esprimere un contenuto attraverso una forma verbalizzata piuttosto che un comportamento cinesico – che interessa cioè l’uso motorio di altre parti del corpo.
Utilizziamo il termine canale anche per definire l’apparato sensoriale usato dal destinatario al fine di raccogliere l’informazione inviata. Parleremo in questo caso di canale uditivo, visivo, olfattivo, gustativo o tattile.
Con l’avvento della tecnologia i canali si sono ulteriormente sviluppati infrangendo le regole dello spazio e del tempo, addizionando complessità a complessità e producendo nuove dimensioni di senso. Per questo analizzeremo questo campo in separata sede.

4. MESSAGGIO

Il messaggio è il contenuto della comunicazione.
Può essere un dato, una notizia o più semplicemente una sensazione, veicolata attraverso segni significativi.
Esso viene trasferito da una condizione interna ad una esterna che dovrà successivamente passare altre dimensioni fra cui, nel finale, l’interpretazione del ricevente.

5. IL CONTESTO

Il contesto determina la scelta di una parola precisandone il senso, cioè la direzione che l’interlocutore deve seguire al fine di comprendere il messaggio. Il contesto contribuisce alla precisazione del senso dandogli molto spesso una natura specifica e abbassando la possibilità di creare un’ambiguità semantica.
Lo scambio comunicativo è infatti fortemente influenzato dalle mete che guidano le attività dei soggetti durante l’interazione, dalle aspettative e dalle caratteristiche di personalità degli interagenti e dalla condivisione dei significati che vengono manifestati.
I contesti possono altresì essere intesi come spazi fisici, anch’essi più o meno adatti al gioco della comunicazione.

6. LA DECODIFICAZIONE

La decodifica rappresenta un’ ulteriore momento dell’atto comunicativo. E’ un momento altrettanto complesso che prevede attenzione e sforzo al fine di comprendere tutti le informazioni di una data espressione.
Inizialmente il messaggio viene percepito. A seguito di questa operazione il ricevente dovrà ricostruire il significato cui si mirava nell’atto di emissione.
Decodificare significa quindi conferire senso ad un insieme di dati espressi attraverso parole o comportamenti.
Persone diverse possono interpretare in modi differenti medesime comunicazioni; questo perché la decodifica comporta sempre un processo di selezione, organizzazione e interpretazione dei segnali forniti. La decodifica di un soggetto dipende, come già anticipato, dal contesto in cui è inserita, dalle sue aspettative e dalle caratteristiche della sua personalità.
Se, ad esempio, le aspettative di un destinatario rispetto all’emittente sono basse – non c’è fiducia, ne rispetto ma pregiudizio – egli tenderà a giudicare negativamente i contenuti assimilati a prescindere dalla loro specifica natura.
Concetti come personalità, stato cognitivo e mappe mentali sono fortemente connessi con questa fase del processo e vanno quindi conosciuti e integrati nelle nostre analisi, così come nel nostro sapere comunicativo.

7. IL RICEVENTE

Il destinatario è colui che riceve l’informazione inviata. Ad egli non solo aspetta la prima operazione di decodifica ma anche il compito di restituire un risposta al rispetto al segnale ricevuto e successivamente interpretato.
Inutile aggiungere che a questo punto sarà lui l’emittente evidenziando ancora una volta la circolarità comunicativa.

8. FEEDBACK

“Processo tale per cui l’effetto risultante dell’azione di un sistema (meccanismo, circuito, organismo, ecc.) si riflette sul sistema stesso per variarne o correggerne opportunamente il funzionamento” (Treccani).
Il termine deriva dall’associazione di un verbo e un avverbio (to feed: alimentare e back: all’indietro).
Il primo ad introdurre questo concetto fu J. C. Maxwell, scienziato inglese che mise in evidenza come i sistemi automatici erano in grado di autocorregersi attraverso il ritorno di informazione. I suoi studi furono visionari e da essi nacque settanta anni dopo la cibernetica, la scienza che studia i fenomeni di autoregolazione e comunicazione nei sistemi, viventi o inorganici che siano.
Utile anche precisare che il feedback non si riferisce a qualunque tipologia di risposta, ma solo a quella che il sistema utilizza come controllo.
Immaginiamo ad esempio un’emittente che riceve risposte di insoddisfazione rispetto alla sua comunicazione. Se questo non le assimilerà come condizioni in grado di riconfigurare la sua comunicazione successiva, non possiamo teoricamente parlare di feedback.

9. RUMORE

Il termine rumore indica, nella teoria dell’informazione, tutto ciò che interviene tra emittente e ricevente compromettendo l’efficacia di una comunicazione.
Alcuni rumori presenti nella comunicazione potrebbero essere:
Interruzioni e interferenze
Carenza di vocabolario
Sovrapposizione delle comunicazioni
Rumori cognitivi (ad esempio pensieri concentrati su altro)
Rumori emotivi (emozioni che impediscono o distorcono l’emissione e/o la ricezione)
Stereotipi e pregiudizi
Non corrispondenza fra segnali verbali e non verbali
Ascolto non attivo
Mancanza di tempo
Contesto inadeguato
Distorsione messaggio attraverso più passaggi
Distorsione messaggio interno con messaggio esterno inviato
Basso livello linguistico o culturale
Ridurre il rumore solo a elemento negativo credo però sarebbe un errore. Se è si vero che esso può impedire una comunicazione efficace, orientata ad un risultato specifico, può altresì, se accolto con il giusto approccio, divenire elemento innovativo capace di sovvertire le logiche e trovare nuovi mondi nascosti.

Alessandro Fortis

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