Il termine Empatia viene dall’inglese empathy, parola coniata per tradurre il termine tedesco einfuhlung (per lo più reso in italiano con “immedesimazione”). Il suo utilizzo risale alla seconda metà dell’Ottocento in ambito estetico, per descrivere il processo di apprezzamento del bello naturale o artistico. Il termine Einfuhlung indicava il fatto che nel piacere estetico il soggetto proiettasse se stesso e i suoi sentimenti nell’oggetto della sua contemplazione.

Ad oggi il concetto di Empatia mantiene ancora una certa indefinitezza e cattura l’attenzione di diversi pensatori in quanto è una competenza che entra in gioco sia nell’ambito privato che professionale di ciascuno di noi e, insieme all’autocontrollo, aiuta l’individuo a costruirsi una vita relazionale ricca ed emotivamente soddisfacente (D. Goleman, 1997).

L’empatia risulta essere quell’abilità che consente alle persone di entrare in sintonia con i propri e gli altrui stati d’animo, divenendo così la strada attraverso cui sperimentiamo l’esistenza di soggetti diversi da noi, anch’essi al centro di un loro mondo circostante, oltrepassando la visione di un mondo soggettivo per giungere a quella di un mondo oggettivo. E’ il piacere di assaporare la scoperta dell’esistenza dell’altro, con la sua educazione diversa dalla nostra, i suoi modi di esprimersi, le sue reazioni emotive. Si è empatici, non solo se si leggono le emozioni espresse verbalmente, ma anche se si riconoscono quelle espresse attraverso i canali non verbali. A tale proposito il famoso psicoanalista tedesco D. Stern (1985) parla di “empatia corporea”, intesa come quella forma di sintonizzazione (attunement) tra madre e figlio, in cui l’interazione non verbale tra le parti è sincronizzata, corrispondendo nel ritmo, nell’intensità e nella forma.

Così come viene definita da Edith Stein (1917), l’esperienza dell’empatia assume il carattere di un atto originario (compiuto nel qui e ora della relazione), il cui contenuto (ad esempio il dolore altrui) non è originario, ossia non è immediatamente presente e richiede una presentificazione. L’Io è aperto agli altri e ne coglie la vita psichica, empatizzandone le esperienze vissute attraverso un processo che si articola in tre fasi:

Incontro con l’altro: lettura di un’espressione emotiva sul volto di qualcuno;
Esplicitazione del vissuto: ci si immedesima con lo stato d’animo dell’altro, accogliendolo dentro di sé;
Trasformazione di sè: l’attenzione è rivolta allo stato d’animo dell’altro, esperito come un vissuto altrui tramite una distanza, arricchita dalla consapevolezza che l’Io non scompare, non si fonde nell’altro Io, ma gli resta accanto, solidale ma diverso.
E’ proprio il permanere della diversità che consente l’empatia. Se l’Io si annullasse, venisse cancellato o assorbisse l’altro, non potrebbe fare esperienza di un altro da sè. Empatia è “rendersi conto”, allargare la propria esperienza e cogliere la realtà altrui.

 

EMPATIA E SVILUPPO

Si ritiene che l’empatia cominci a svilupparsi nel bambino alla fine del secondo anno di vita (Stern, 1985), ma la piena capacità di capire gli stati mentali dell’altro è un’acquisizione successiva.

Secondo Fonagy (Fonagy e coll.,1991) la condizione necessaria per sviluppare la capacità empatica è quella di aver sperimentato relazioni empatiche durante lo sviluppo, in cui il caregiver interpretava correttamente i segnali del bambino e vi rispondeva appropriatamente promuovendo una comunicazione emozionale esplicita fin dalla prima infanzia. Il caregiver e il bambino formano un sistema di comunicazione affettiva in cui il genitore gioca un ruolo interattivo vitale nel modulare gli stati affettivi del figlio, sintonizzandosi con le sue risposte affettive.

E’ chiara dunque l’importanza rivestita dal rispecchiamento materno come fattore strutturale dello sviluppo emotivo sano del bambino. Il rispecchiamento emotivo costituisce un insegnamento vitale che gradualmente sensibilizza il bambino verso una piena consapevolezza dei suoi stati emotivi interni. Essendo dunque l’empatia una capacità basata principalmente sull’autoconsapevolezza, quanto più si è aperti verso le proprie emozioni, tanto più abile si diventerà nel leggere i sentimenti altrui.

 

EMPATIA E BIOLOGIA

L’empatia trova verifica empirica nella sua componente biologica, data dalla scoperta negli anni ’80-’90 dei neuroni specchio da parte di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma, coordinati da Giacomo Rizzolatti. Tali neuroni si accendono sia quando compiamo un’azione, sia quando la osserviamo mentre è compiuta da altri. I neuroni di colui che osserva l’azione rispecchiano e quindi  simulano, ciò che avviene nel soggetto osservato, come se a compiere l’azione fosse il soggetto stesso. Secondo i ricercatori è proprio tale rispecchiamento che ci consente di cogliere il vissuto altrui, raggiungendo la massima sintonia empatica. Questo suggerisce l’ipotesi che ciò che l’altro prova, non viene dedotto o costruito, ma viene sperimentato al proprio interno e contemporaneamente percepito come appartenente all’altro.

                               Vera Zanchi

 

Bibliografia

 

Goleman D., L’intelligenza emotiva, Rizzoli, (1997).

Fonagy P., Steele M. e Steele H., Maternal representations of attachment during pregnancy predict the organization of infant-mother attachment at one year, in “Child Development”, 62, pp. 880-893, (1991).

Stein E., Il problema dell’empatia, a cura di E. Costantini e E. Schulze Costantini, tr. It. Studium, Roma, (1917).

Stern D. N., The interpersonal world of the infant, New York, basic Books (1985); trad. It. Il mondo interpersonale del bambino, Torino, Bollati Boringhieri, (1987).

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